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Mezzo mondo va al voto nel 2024: ma come e per fare cosa?


Può esserci vera democrazia ed elezioni veramente libere se la stampa non è tale o se l’informazione sulla cui base i cittadini dovrebbero formare le proprie opinioni e poi votare è sbagliata o volutamente distorta?

Il 2024 vedrà più della metà della popolazione mondiale, oltre 4 miliardi di persone, esprimere i propri orientamenti politici attraverso il voto. Si vota per il Parlamento europeo e per il rinnovo di alcuni parlamenti europei, si vota in India, Russia, Stati Uniti, Messico, Indonesia, Regno Unito, solo per parlare degli Stati membri del G20. Dovremmo quindi celebrare questa “storica” tornata elettorale come un grande successo di progresso nella direzione indicata dal Target 16.7 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata nel 2015 dall’Assemblea Generale dell’Onu, il quale recita “Assicurare un processo decisionale reattivo, inclusivo, partecipativo e rappresentativo a tutti i livelli”? Ovviamente si, ma con molti distinguo.

Come si legge nel Rapporto Freedom in the World 2023, pubblicato da Freedom House, il mondo nel suo complesso è significativamente più libero oggi di 50 anni fa: se nel 1973, 44 Paesi su 148 erano classificati liberi, oggi se ne contano 84 su 195. Ma lo stesso Rapporto segnala che nel mondo la libertà è in progressiva riduzione da ben 17 anni. Inoltre, se nel 2022 ben 34 Paesi hanno visto aumentare la tutela dei diritti e della libertà, in 35 si è registrato un peggioramento della situazione. Particolarmente preoccupante è l’aumento della pressione esercitata dai regimi di governo nei confronti della stampa, un fenomeno che, con intensità molto diverse, riguarda oltre 150 Paesi.

Anche a causa di ciò, l’Economist ha recentemente fatto notare che su 71 paesi considerati dal Democracy index, solo in 43 si terranno elezioni pienamente libere e democratiche, tra cui i 27 Stati membri dell’Unione europea. I rimanenti 28, tra cui Bangladesh e Russia, non assicurano le condizioni minime per realizzare ciò che la comunità internazionale ritiene un diritto fondamentale degli individui. Inoltre, anche molti Paesi dove ci saranno elezioni libere appaiono abbastanza lontani da quello che intendiamo per democrazia. Sempre l’Economist stima che, sui 167 Paesi considerati dal Democracy index, solo 24 presentano una democrazia “completa” e 48 (tra cui l’Italia) una democrazia “imperfetta”, mentre 95 (cioè, il 57% del totale, tra cui alcuni Paesi che vanno al voto quest’anno) sono caratterizzati da “regimi ibridi” o “regimi autoritari”.

Può esserci vera democrazia ed elezioni veramente libere se la stampa non è tale o se l’informazione sulla cui base i cittadini dovrebbero formare le proprie opinioni e poi votare è sbagliata o volutamente distorta? Il tema è molto discusso dagli esperti della materia, specialmente con riferimento al ruolo, apparentemente crescente, della “propaganda”, la quale ovviamente è sempre esistita, ma che oggi può sfruttare nuovi strumenti, quali i social media. Il The Global Risk Report 2024 del World Economic Forum presentato a Davos nel gennaio di quest’anno, basato sulle opinioni di 11.000 manager e di esperti delle diverse materie, segnala come, tra i rischi considerati più rilevanti nei prossimi due anni, al primo posto ci sia proprio quello legato alla “disinformazione e alla cattiva informazione”, tema che, nelle prospettive a 10 anni, scende al quinto posto, preceduto dai fenomeni dovuti al cambiamento climatico e al degrado ambientale e seguito dal cattivo uso dell’Intelligenza Artificiale (IA).In particolare, il 31% degli intervistati ritiene che la gravità del problema della cattiva informazione sia massima o molto elevata, mentre solo un 8% la ritiene limitata. Rispetto alla situazione dei singoli Paesi, il Rapporto indica che in India questo problema è percepito come il rischio più grave a breve termine, mentre negli Stati Uniti esso si colloca al sesto posto della classifica dei rischi, e che forti dubbi sono stati espressi dagli intervistati su come alcuni governi (ad esempio, quello messicano) gestiscono il problema delle fake news. Si legge nel Rapporto “la proliferazione della disinformazione può essere sfruttata per rafforzare l’autoritarismo digitale e l’uso della tecnologia per il controllo dei cittadini. I governi saranno sempre di più in grado di determinare cosa è vero e consentire ad alcuni partiti politici di monopolizzare il pubblico, nonché di sopprimere le voci dissenzienti, inclusi giornalisti e oppositori. Alcuni lo hanno già fatto, imprigionando, in Bielorussia e Nicaragua, e uccidendo, in Myanmar e Iran, per discorsi online”.

Il teorema di Condorcet, normalmente considerato la base concettuale della democrazia, afferma che, nel caso in cui il voto sia espresso liberamente e le persone formino le proprie opinioni in modo indipendente e sulla base di informazioni mediamente corrette, allora la democrazia è il modo migliore per estrarre le preferenze di una società. Ma con l’uso strumentale dei social media queste ipotesi sono messe in discussione, tanto più laddove grandi fasce della popolazione non possiedono gli strumenti culturali per distinguere affermazioni vere e “verità alternative”, come le chiama Donald Trump. Se le ipotesi poste alla base del teorema non sono verificate, allora la possibilità di prendere decisioni sbagliate attraverso strumenti democratici aumenta al crescere del numero di persone coinvolte nel processo decisionale, il che porta alcuni addirittura a teorizzare la superiorità dei modelli “oligarchici” o autocratici”, in cui il numero di persone coinvolte nelle scelte è ridotto al minimo.

Proprio per quanto detto, la questione della centralizzazione dei processi decisionali riguarda tutti, anche i Paesi in cui la democrazia è formalmente esistente e le elezioni si svolgono in modo realmente libero. La crescente domanda di “decisionismo” politico si manifesta in quasi tutto il mondo, anche in Europa, alimentata dal senso di smarrimento che molti vivono di fronte alla velocità con cui taluni fenomeni si manifestano (innovazione tecnologica, crisi climatica, aumento delle disuguaglianze, ecc.). Anche l’Unione europea sta cercando di individuare soluzioni innovative sul piano delle relazioni tra le diverse istituzioni (Commissione, Parlamento e Consiglio) per diventare più efficace nella sua azione, senza però rinunciare alla dimensione democratica del processo decisionale. In questa direzione vanno alcune delle proposte votate recentemente dal Parlamento europeo per una riforma dei trattati, dal cambio di nome della Commissione (in Esecutivo) al diritto di iniziativa legislativa da attribuire al Parlamento.

Ma quali sono le questioni su cui le cittadine e i cittadini sono chiamati ad esprimersi? Ovviamente, ogni elezione ha le sue specificità nazionali, ma osservando quanto avvenuto nelle elezioni che si sono svolte recentemente e quanto sta accadendo nelle campagne elettorali in corso in alcuni Paesi emergono alcune tematiche comuni, alcune delle quali strettamente legate tra loro: il posizionamento internazionale e la visione dei rapporti economici e politici tra aree geopolitiche; la transizione ecologica; la “difesa” e la “protezione” delle persone dalle molteplici minacce derivanti dalle trasformazioni in atto; il rapporto della politica con i cosiddetti “poteri forti” (economici, ideologici, politici, ecc.); la gestione dell’immigrazione; la tutela dei diritti individuali e sociali. Sono tutte tematiche su cui le diverse destre e sinistre che esistono nei vari Paesi hanno posizioni fortemente polarizzate, talvolta volutamente rese tali dalla propaganda elettorale.

L’esito delle tante elezioni previste per il 2024 consentirà di capire meglio gli orientamenti delle opinioni pubbliche globali su queste tematiche, dalle quali dipenderà lo sviluppo futuro delle relazioni internazionali e quindi della cooperazione (o conflittualità) multilaterale, della globalizzazione (o della deglobalizzazione) e dell’organizzazione delle catene del valore, con effetti rilevanti sulla condizione delle persone (soprattutto delle classi medie e dei più deboli) e della coesione sociale. Le differenze tra destre e sinistre appaiono sorprendentemente più sfumate su questioni come la tassazione dei patrimoni, la riduzione delle disuguaglianze (cresciute enormemente in quasi tutti i Paesi), il ruolo diretto dello Stato nell’economia, che nel secolo scorso rappresentavano il terreno privilegiato di scontro sul piano ideologico e politico.

Sarà poi particolarmente interessante valutare i risultati elettorali di outsider e di “nuovi” movimenti politici, tra cui quelli normalmente definiti “populisti”, ai quali tendono a rivolgersi gli elettorati meno caratterizzati sul piano ideologico o i “disperati”, molti dei quali sono alla ricerca di facce nuove o di una radicalità difficilmente individuabile nelle forze politiche “classiche”, da più tempo presenti nell’agone politico. Nonché analizzare le piattaforme che queste ultime elaboreranno per apparire credibili nei confronti degli elettori desiderose di soluzioni e facce nuove.

Una famosa maledizione cinese dice: ti auguro di vivere in tempi interessanti. Non so chi l’abbia lanciata qualche anno fa, ma qualcuno deve averlo fatto, viste le complessità e i drammi che osserviamo nel nostro mondo. Auguriamoci che la ragionevolezza degli elettori che verranno chiamati al voto nel 2024 e la sapienza di chi risulterà eletto siano in grado di metterci al riparo da nostalgie o avventurismi analoghi a quelli che, 100 anni fa, scatenarono quelle forze distruttive di cui dovremmo sempre tenere viva la memoria. E, visto che saremo chiamati al voto per il Parlamento europeo, auguriamoci di poter assistere a una campagna elettorale seria e ben argomentata, condotta da candidati competenti e credibili, capace di stimolare un nuovo interesse tra gli elettori e invertire la crescente tendenza all’astensione, la quale non migliora la qualità della politica né rafforza la democrazia.

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