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Dal mito alla storia, ecco la vera anima del Giappone: il “kokutai”


Entità nazionale, essenza di un popolo e delle sue istituzioni: difficile dare una definizione esaustiva del termine "kokutai". Ci prova Federico Lorenzo Ramaioli nel suo nuovo libro "Dal mito del Cielo alla legge dello Stato. Kokutai e ordinamento giuridico in Giappone", edito da Giappichelli, di cui pubblichiamo un estratto

Uno degli interrogativi più affascinanti nell’esaminare la storia di una nazione, e a cui più è difficile trovare una risposta, è cosa, nel corso dei secoli, definisca l’intima essenza di un popolo e delle sue istituzioni, l’anima della sua politica e le costanti dei suoi ordinamenti giuridici. Cosa, in altre parole, costituisca quel nucleo essenziale e distintivo che connota e caratterizza una data civiltà, così come maturato ed evoluto nel corso di secoli, e come spontaneamente sedimentato negli anni della sua storia. L’uso di una determinata lingua comune, la professione di una fede, la condivisione di narrative mitologiche o storiche, l’analogo sentire in materia di giustizia, sono tutti caratteri che, se esaminati in maniera congiunta, possono far intuire l’esistenza di un carattere distintivo che definisce l’anima di una civiltà.

Considerata la necessaria astrazione del concetto, che si incarna non in un dato contesto spazio-temporale, quindi nella dimensione dell’istante, ma nell’alternarsi delle generazioni e nel corso di secoli, e quindi con una sedimentazione paziente che funga da ponte tra mito e storia, è quanto mai difficile individuarne una definizione univoca.

Nonostante ciò, non è possibile esimersi dal tentare di definire il concetto ricorrendo a parametri noti, e a categorie ermeneutiche conosciute, quasi positivizzando ciò che, in definitiva, non è possibile racchiudere in norme e principi, come l’appartenenza culturale profonda e il senso ultimo di una civiltà. Al fine di indagare lo “spirito di un popolo”, per mutuare il linguaggio tedesco, appare quindi opportuno ricorrere, per quanto possibile, agli strumenti di comprensione del reale propri di quel determinato popolo e figli, necessariamente, di quel preciso contesto culturale. Soprattutto da un punto di vista giuridico, è necessario evitare il rischio di universalizzazione che conduce a interpretare normatività altre, concepite in maniera del tutto differente, ricorrendo agli strumenti ermeneutici propri del mondo occidentale, e per ciò stesso occidentalizzando l’oggetto dell’indagine.

L’Asia, con la sua storia di arte e cultura, di guerra e conquista, ma anche di colonizzazione e decolonizzazione, rappresenta un esempio in cui è possibile analizzare l’incontro e lo scontro tra visioni giuridiche e concezioni politiche sospese tra Oriente e Occidente, in cui le nuove forme di regolamentazione di tipo occidentale non riescono tuttavia a non far emergere, tra le pieghe della storia, più antiche prospettive di comprendere la realtà e la normatività, la politica e la società, provenienti da epoche remote e da miti del passato. Il caso il cui approfondimento risulta il più interessante è comunque, e per varie ragioni, quello del Giappone.

Data la sua conformazione insulare e la peculiarità della sua storia bimillenaria, ivi compresi i duecentocinquant’anni di chiusura alle influenze straniere, l’Arcipelago si è sempre contraddistinto per un ossequio alla continuità culturale e per una riverenza all’unica dinastia imperiale, i cui esponenti siedono sul Trono del Crisantemo in modo ininterrotto da oltre duemilaseicento anni, o almeno ciò è quanto riporta la tradizione. Si è parlato, a tal proposito, dello spirito giapponese come di un carattere distintivo unico, e come qualcosa da custodire e da preservare. Il carattere “altro” del Paese, così essenzialmente legato a un’appartenenza etno-nazionale comune, ha da sempre affascinato i visitatori occidentali che ne hanno scoperto le tradizioni e la cultura nel corso degli ultimi secoli, da san Francesco Saverio a Fosco Maraini. Una delle domande fondamentali, e tuttavia a cui è più difficile fornire una risposta esauriente, è quindi quella riferita a cosa renda il Giappone uguale a sé stesso, a prescindere dai mutamenti politici e sociali, e da quanto avvenga al di là del suo mare. In un determinato periodo della sua storia, il Giappone avrebbe fornito quale risposta una semplice parola: kokutai.

Cosa significa "kokutai"?

Uno degli aspetti più interessanti della filosofia giuridica e politica del Giappone moderno è appunto rappresentato da questo concetto, ossia da quell’essenza profonda che, soprattutto nel secolo intercorrente tra la fine dello shōgunato Tokugawa e l’immediato secondo dopoguerra, ha definito il Giappone nel suo esistere più intimo e duraturo. Si tratta di un termine pressoché intraducibile, di cui non è nemmeno possibile fornire una definizione univoca ed esaustiva. Si tratta di un’essenza indefinibile e sfuggente, e tuttavia estremamente pervasiva della vita di una nazione e delle sue istituzioni, così come si avrà modo di vedere più in dettaglio. Ma cosa è da intendersi esattamente con kokutai? Attorno a questo semplice ma fondamentale quesito, dagli ultimi decenni del periodo Edo sino a dopo il secondo conflitto mondiale, si sono accesi dibattiti e diatribe, dal cui esito, con conseguenze più o meno dirette, sarebbe dipeso il futuro del Paese. Una domanda in apparenza semplice, e che tuttavia nasconde l’appartenenza ancestrale a una civiltà bimillenaria, e il tentativo di fornire una definizione puntuale e univoca di una idea che, a una più attenta analisi, sfugge necessariamente a ogni tentativo di categorizzazione da effettuarsi con strumenti giuridici e politici occidentali.

Un’analisi dell’idea di kokutai e della sua evoluzione, con particolare attenzione al suo rapporto con l’ordinamento giuridico, non era mai stata svolta in maniera dedicata e sistematica nella letteratura occidentale. Tuttavia, una simile riflessione può risultare interessante per comprendere talune dinamiche del Giappone moderno che, senza comprendere questo peculiare concetto, risulterebbero all’apparenza inspiegabili, e non pienamente razionali.

Da un punto di vista giuridico, l’esame del concetto di kokutai nella storia del Giappone moderno appare di particolare interesse in quanto, attraverso di essa, è possibile esaminare le interazioni tra, da un lato, una tradizionale visione “autoctona” della regolamentazione sociale e dei pubblici poteri e, dall’altro, le categorie giuridiche occidentali così come mutuate dal mondo dell’Ovest.

Come si avrà modo di vedere, il kokutai è un concetto che nasce nel mito, nelle leggende della fondazione originaria, in cui i kami e i primi Imperatori intrecciano i loro destini in vicende favolose, non prive tuttavia di precise influenze giuridiche sulla società nipponica, anche a distanza di secoli. Da questo punto di vista, un ulteriore punto di interesse per la presente analisi è costituito dall’interazione tra diritto e mito, in una dimensione mutevole e soggetta a rapide variazioni di cui il kokutai rappresenta per l’appunto l’elemento unificante.

L’idea di kokutai, in conclusione, rappresenta quell’essenza di continuità spirituale in contesti di mutamento istituzionale, e di comunità trascendente nonostante il dato giuridico immanente, e non può quindi che stimolare una riflessione più ampia non solo sull’evoluzione del sistema giuridico e istituzionale del Sol Levante, ma anche sul ruolo dell’Arcipelago nel più ampio contesto asiatico e internazionale. A partire da un’analisi approfondita di tale concetto, nel pensiero di vari teorici e sulla base dell’esame dei testi normativi, sarà quindi possibile comprendere come, nel corso della sua storia, un Paese come il Giappone possa cambiare restando tuttavia sempre uguale a sé stesso.

L'articolo è un estratto del libro Dal mito del Cielo alla legge dello Stato. Kokutai e ordinamento giuridico in Giappone di Federico Lorenzo Ramaioli (Giappichelli, Torino 2022).

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