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Hong Kong, fine di una democrazia


Per il Consiglio legislativo ha votato il 30% degli elettori, disincantati da un risultato deciso in partenza: il dato più basso nella storia del Paese

In tempo di elezioni, negli anni passati, Hong Kong sembrava quasi un territorio pienamente democratico: dibattiti televisivi e nei luoghi pubblici, volantinaggio per le strade, manifesti elettorali ovunque e schiere di volontari al lavoro per i loro candidati. Ora invece, gli ultimi due esercizi elettorali sono quasi ignorati dalla maggior parte della popolazione: le ultime elezioni del Consiglio legislativo, sorta di mini-parlamento locale a poteri ridotti (può approvare, ma non proporre, leggi) tenutesi lo scorso settembre, hanno riportato il 30% di affluenza alle urne, il dato più basso nella storia di Hong Kong.

E le elezioni del Capo dell’Esecutivo, che erano previste per marzo, sono state rimandate a maggio a causa dell’intensificarsi a Hong Kong dei contagi da Covid-19, ma solo un industriale senza esperienza in politica e senza appoggi concreti ha detto di volersi presentare come candidato – se il governo centrale approva la sua candidatura. La riforma elettorale secondo la quale solo i candidati giudicati “patriottici” possono presentarsi alle elezioni, e l’abbattersi su Hong Kong della Legge sulla Sicurezza Nazionale, imposta da Pechino nel 2020, hanno tolto ogni velleità di democratizzazione a Hong Kong, e nessuno presta nemmeno più tanta attenzione a quello che è diventato un esercizio privo di input popolare.

Le manifestazioni pro-democrazia del 2019

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