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La geopolitica della pace


Il complesso ma chiaro messaggio internazionale di Bergoglio rigetta la logica dello scontro di civiltà e anche la divisione tra buoni e cattivi, perché quando la società emargina una parte di sé, nessun progetto politico può produrre la pace

Per il Papa che vuol portare la Chiesa fuori dall’Occidente, tornare nei ranghi non sarebbe soltanto contraddittorio, bensì controproducente. L’impegno assunto da Bergoglio sin dal 2013, anno di elezione dopo le dimissioni di Papa Benedetto XVI, è mirato, almeno in ambito internazionale, a drenare la romanità dalla Chiesa romana. Ovvero: sottrarla al raggio d’azione euroamericano, dando all’aggettivo “cattolico” il suo significato più pieno. Quello di “universale”.

Una traiettoria inconsueta alle nostre latitudini, abituati da oltre un trentennio a pontefici che sul suolo europeo – Wojtyla – e sul suolo americano – Ratzinger – ritrovavano l’essenza più profonda del cristianesimo. Il primo, va da sé, per ragioni storiche e personali, se non addirittura biografiche; il secondo, seppur tedesco, ammirava il substrato profondamente religioso della società statunitense che si contrappone a quella europea, sempre più relativista e composta da nones, i “non affiliati”.

Al contrario, Papa Francesco, che viene “dalla fine del mondo”, vede il globo da un altro punto di vista. Né europeo, né occidentale, bensì periferico. Un modo di approcciare le cose che divide e, allo stesso tempo, riunisce in unico sguardo la moltitudine dei centri del nostro pianeta. Lo stesso con cui Bergoglio ha osservato – e continua a osservare – il conflitto in Ucraina.

L’attacco russo nel febbraio scorso ha restituito alla cronaca internazionale una sorta di riedizione di quelli che, prima del crollo dell’Unione sovietica, furono i campi contrapposti. Soltanto una percezione di Guerra fredda, da non confondersi con una vera e propria riproposizione della stessa nei termini novecenteschi. Da un lato, il fronte ovest si è riproposto in modo compatto, con tentennamenti forse ancor meno percettibili di quelli che, negli anni Sessanta e Settanta, avevano scosso l’Occidente. Gli Stati Uniti, grazie a una nuova leadership senz’altro più riconoscibile dai partner europei e maggiormente legata alla tradizione del legame euroatlantico, tirano le fila. Dall’altro, la Russia, che non è l’Unione sovietica e che non fa più leva su un blocco di Stati amici, se non con rarissime eccezioni, si dice pronta a riscrivere le regole del gioco.

Uno scenario fortemente polarizzato, che scinde e ha la capacità di descrivere le dinamiche del mondo secondo uno schema dicotomico. Niente di meno accettabile per il messaggio internazionale di papa Francesco. La riduzione della complessità in schieramenti opposti non è prevista da quella che il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, ha definito “geopolitica della misericordia”, che rigetta la logica dello scontro di civiltà e che, al contrario, ambisce alla riconciliazione della famiglia umana. E non vi è riconciliazione se l’assunto di partenza è la divisione tra “buoni” e “cattivi”.

Sul caso ucraino, Papa Francesco non ha esitato a recarsi personalmente dall’ambasciatore russo presso la Santa Sede all’indomani dell’inizio del conflitto. Inoltre, il pontefice non ha certo mantenuto un atteggiamento titubante quando ha bollato l’invasione russa come “guerra”, scartando immediatamente la perifrasi del Cremlino, “operazione militare speciale”. Allo stesso modo, nonostante il processo avviato ormai da anni con la Chiesa ortodossa del patriarca Kirill, Bergoglio non si è risparmiato, invitando quest’ultimo a non vestire i panni del “chierichetto” del potere.

Prese di posizione precise e nette. Che, comunque, non sono sfuggite alla logica della contrapposizione. Riportare le frasi di un capo di Stato circa la possibilità di uno scoppio di un conflitto in Ucraina, il famoso “abbaiare della Nato alle porte di Mosca”, è bastato a papa Francesco per ritrovarsi proiettato tra i presunti sostenitori di Putin.

Certo, Bergoglio, prima del 2020, ha incontrato a più riprese il Presidente russo. Soltanto Angela Merkel, ex Cancelliera tedesca, ha avuto più udienze durante il pontificato di Francesco. Ed è altrettanto vero che, nel 2016, il papa ha firmato una dichiarazione congiunta a Cuba con il patriarca Kirill, primo passo verso la tanto agognata comunione tra cattolici e ortodossi. Fatti che, però, non possono essere interpretati correttamente, se letti al di fuori della logica della geopolitica della misericordia di Francesco.

Nessuno è mai definitivamente perduto e nessuno, in un contesto di guerra, può leggere gli eventi come leggerebbe la favola di “Cappuccetto rosso” – come ha detto lo stesso Francesco durante la conversazione con i direttori delle riviste gesuite – con un cattivo e un buono preconfezionati.

Una posizione complicata, quella di Bergoglio, che dischiude almeno due conseguenze: una in negativo e un’altra in positivo, in una sorta di dialettica tra le baconiane pars destruens e pars costruens. La prima, innanzitutto, è quella della necessità per la Chiesa, se vuol davvero essere universale, di non prendere parte. Incensare i vessilli del potere o fare da porto sicuro per i governi del mondo non è compito della fede.

In questo senso, si è visto a più riprese come l’uso improprio dei simboli religiosi da parte di leader internazionali abbia ricevuto accoglienza quanto mai gelida dalle parti di San Pietro. Ed è proprio questa repulsione della commistione tra fede e potere che, da tempo, approfondisce la crepa che si è creata nell’oceano Atlantico e che separa Washington dal Vaticano. La cifra religiosa della società statunitense è ben evidente e descrive alla perfezione l’ethos di una nazione che si percepisce portatrice di una missione universale e custode di valori fondamentali. I quali, secondo i cattolici più conservatori, non trovano la giusta attenzione da parte di Francesco, preoccupato perlopiù dalle sfide della povertà e dell’emarginazione sociale.

Quindi, in secondo luogo, la proposta. L’obiettivo della geopolitica di Bergoglio non è il neutralismo. L’immobilismo, per un Papa che condanna il balconear, termine lunfardo riutilizzato spesso per indicare la contemplazione distaccata e passiva della vita, non è accettabile.

Per questo, non prendere parte non significa rimanere terzi, ma immergervisi senza mescolarsi, mantenendo un profilo alto e di riferimento per entrambe le parti in causa. Ciò, da un lato, consente di offrire una piattaforma di dialogo per la risoluzione dei conflitti in cui i contendenti trovano uno spazio privo di pregiudizi o posizioni precostituite. Dall’altro, invece, permette allo stesso Francesco di potersi esprimere liberamente, senza preoccuparsi delle proprie parole e, per questo, dar loro un valore ancor più importante.

In quest’ottica, dunque, vanno interpretate le uscite di Bergoglio sul conflitto in Ucraina. Da una parte e dall’altra, il pontefice non ha rinunciato a esprimersi con franchezza, denunciando gli orrori della guerra indipendentemente dalla mano che li ha commessi. Più di ogni altro, con questo approccio, Francesco ha puntato sulla riconciliazione e sul dialogo come unica, possibile strada per il raggiungimento della pace.

Quest’ultima, del resto, non può essere costruita con l’emarginazione o la sopraffazione di qualcuno. Attori rilevanti in ambito internazionale come la Russia, ma come anche la Cina e l’Iran, non possono rimanere esclusi dall’edificazione della pace. Lo stesso Bergoglio, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha scritto che “quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità”.

L’unica strada percorribile, per Francesco, è allora quella offerta dalla misericordia, ovvero impegnarsi fino allo stremo per il dialogo e il reciproco riconoscimento, con la convinzione che il giudizio sui “buoni” e quello sui “cattivi” sia demandato alla vita ultraterrena, dove sarà Dio a decidere. Oggi, in terra, il Papa può solo far questo: operare perché sia intrapreso il cammino della pace per tutti.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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