spot_img

The Laboratory of the Future : è la critica al passato la chiave del futuro


La Biennale di architettura di Lesley Lokko invita a ripensare l'Africa come centro di una modernità coloniale, violenta, invasiva ed estrattiva. Una modernità che l'architettura, come disciplina e come pratica critica, può aiutare a disfare

La Biennale di Architettura appena inaugurata a Venezia è una mostra importante. Difficile dire se sarà davvero un laboratorio di futuro ma, di certo, rappresenta la rottura di un soffitto di cristallo. E non solo perché a guidarla è la prima donna nera, ma perché neri e donne sono almeno la metà degli architetti selezionati dalla curatrice. La mostra è, già per questa scelta, una forma di apertura. Apertura verso voci a lungo escluse dalla storia, e il cui sradicamento, disumanizzazione e cancellazione dovrebbe diventare, insieme ed in modo speculare alla crisi ambientale, il centro del discorso: il centro di ogni riflessione e sforzo culturale per poter cambiare direzione. Ovvero, per poter uscire da una modernità violenta, e cominciare una nuova epoca storica, costruendo attivamente futuro.

Dis-imparare per re-imparare

Come affermato dalla curatrice Lesley Lokko, infatti, spesso “si definisce la cultura come il complesso delle storie che raccontiamo a noi stessi, su noi stessi. Sebbene sia vero, ciò che sfugge a questa affermazione è la consapevolezza di chi rappresenti il “noi” in questione. Nell’architettura in particolare, la voce dominante è stata storicamente una voce singolare ed esclusiva, la cui portata e il cui potere hanno ignorato vaste fasce di umanità – dal punto di vista finanziario, creativo e concettuale – come se si ascoltasse e si parlasse in un’unica lingua.” Il “noi”, quella condizione umana che il discorso occidentale ha così potentemente teorizzato, nascondendo così le molteplici e radicali differenze di condizione storica, è dunque al centro di un'azione che deve demolire, disfare, dis-imparare, in una parola “de-colonizzare”, per poter al tempo stesso re-imparare, a vedere e a fare.

In questo senso, parlare di diaspora africana non vuol dire soltanto parlare del lavoro di architetti di origini africane, ma vuol dire centrare l'attenzione sul modo in cui la modernità è stata pensata, costruita e raccontata. Cosa scontata per tante forme di pensiero e di pratiche contemporanee, ma non per l'architettura il cui pensiero, insegnamento ed esercizio è ancora, nonostante le scosse telluriche portate dalla rivoluzione digitale, fortemente radicato nelle forme e logiche di una modernità eroica, pastorale, patriarcale.

È questa l'unica forma possibile per l'architettura? Certamente no, ma per fare un passo avanti occorre prima farne molti indietro, occorre appunto riconoscere come l'architettura sia stata strumento non soltanto del mercato e del capitale (come indicato a partire dagli anni '60 dalla critica tafuriana), ma innanzitutto della costruzione dell'alterità: della riduzione a cosa della vita stessa, attraverso l'affermazione di gerarchie che hanno reso altra e inferiore la maggior parte dell'umanità (il bianco come candore e purezza, la costruzione stabile e permanente come ottimale e civile; il “classico” come razionale, armonico, universale; “l'oriente” come entità sinonimo di fantastico, irrazionale, astorico, barbarico, etc.).

È di questa costruzione del non-europeo e non-occidentale come luogo e corpo oggetto di scoperta, esplorazione, espropriazione, esclusione, civilizzazione, colonizzazione, che parlano molte installazioni nell'Arsenale. È questa perdita dell'umano, attraverso la cancellazione dalla storia dei nomi e delle esistenza degli schiavi che costruirono il campus universitario della Virginia (diventato modello di tutti i campus universitari nord-americani), che evoca per esempio unknown, unknown: A Space of Memory, installazione di Mabel O. Wilson, Meejin Yoon ed Eric Höweler, recentemente autori di un Memoriale ai Lavoratori Schiavi presso lo stesso campus.

L'Africa come laboratorio di futuro non è dunque tanto l'Africa delle enormi trasformazioni territoriali e urbane attuali (che pure ci sarebbe piaciuto tanto vedere!) ma è l'Africa come centro non-detto di una modernità coloniale, violenta, invasiva ed estrattiva, che l'architettura oggi, come disciplina e come pratica critica, può divenire strumento per riconoscere, per poi provare a costruire altro. È questo il tema della de-colonizzazione: una sfida aperta, che riguarda i nostri modi di fare ma anche di pensare, insegnare, parlare di architettura, di spazio, di centralità che la nozione di razza ha avuto nella modernità. È questa l'Africa che ritorna in molteplici forme (diventando India, Pakistan, Colombia, Irlanda, Palestina etc.) sulle pagine, nelle conversazioni podcast, e nei molti libri pubblicati da Funambolist di Léopold Lambert piattaforma in cui “le voci di attivisti/accademici/practitioner possono incontrarsi e costruire solidarietà” attraverso geografie diverse, che compongono però un archivio di lotte anticoloniali, antirazziste, queer e femministe. È questa l'Africa coloniale e postcoloniale della video installazione Aequare: the Future that Never Was di Sammy Baloji, artista che vive tra Lubumbashi e Bruxelles, e il cui lavoro intreccia riprese attuali e riprese d'archivio delle coltivazioni sperimentali del colonialismo Belga nella Repubblica Democratica del Congo.

Alessandro Petti e Sandi Hilal: Difficult Heritage

Incredibilmente ricco in questo senso, come riconosciuto dalla giuria che gli ha attribuito il premio per la migliore partecipazione, il lavoro a cavallo tra pratica critica, pedagogia, ed intervento trasformativo, di Sandi Hilal e Alessandro Petti (DAAR). L'installazione, al centro dell'Arsenale, racconta la Summer School intitolata “Difficult Heritage” ed ambientata per due anni in uno dei borghi costruiti nel 1940 dall’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano (ECLS), ente costituito dal regime fascista con obiettivi e modalità speculari all'Ente di Colonizzazione della Libia. Nato da una riflessione cominciata con l'edizione palermitana di Manifesta nel 2018, e sviluppato con una serie di  eventi, pubblicazioni e mostre di cui questa installazione non è che la tappa più recente, questo lavoro pone il tema della memoria, delle tracce, e dei luoghi della violenza fascista e coloniale. Lo fa con una modalità specifica, che è in sé una pratica decoloniale: ri-abitando, in modo informale e dissacratorio (cucinando all'aperto e sulle scale della palazzina sede dell'Ente, attrezzando un salotto di incontro e discussione con tappeti e mobili recuperati nel retro dell'edificio, organizzando una festa da ballo nello spazio intermedio tra gli edifici), gli spazi formali, celebrativi, e volutamente non abitativi dell'ex borgo fascista. Lo fa, soprattutto, proponendo un “imparare collettivo” che mette in questione le forme rigide e frontali della didattica tradizionale. Come ha recentemente scritto Alessandro Petti, “Imparare, per me, ha a che fare con il diritto di trasformarsi”. Da questo punto di vista l'imparare è un viaggio, che professori e studenti compiono insieme, verso l'emancipazione, cioè verso la costruzione di forme di libertà. Così, se la modernità è un progetto di costruzione di “false dicotomie” (umano e non umano, privato e pubblico, civilizzato e barbaro, maschile e femminile), il prossimo passo di DAAR sarà una nuova Summer School sulla idea di al masha, parola araba che indica i beni comuni rurali: uno strumento concettuale per agire oltre le categorie di pubblico e privato.

Il Padiglione del Brasile: la Terra come luogo comune che abitiamo

Passando all'altro progetto vincitore del premio per la migliore partecipazione nazionale, il Padiglione del Brasile curato da Gabriela de Matos e Paulo Tavares e intitolato Terra, troviamo un analogo slittamento narrativo. Un padiglione invaso dalla terra, e in cui la terra, insieme a cavi elettrici e schermi, è anche il materiale principale di un allestimento a bassissimo impatto ambientale ma ad alto impatto sensoriale, offre ai visitatori un nuovo contatto col suolo, invitando così a ragionare sul nostro rapporto con la Terra, come luogo comune che abitiamo. Ripensando tecniche costruttive antiche, e collaborando con diversi gruppi indigeni, il padiglione decostruisce la narrativa modernista del Brasile. Al centro dei video e delle mappe di artisti come Juliana Vicente e Ayrson Heráclito emerge infatti l'identità composita e molteplice del Brasile, con le tradizioni delle comunità indigene e afro-brasiliane. Nella prima sala, intitolata “De-colonizzare il canone”, Brasilia, la capitale voluta al centro del paese e divenuta uno dei cardini del canone modernista, diventa qui occasione per portare alla luce le voci messe in ombra ed oscurate della narrazione della città costruita nel nulla. Contro gli immaginari di frontiera che ispirarono il progetto, i curatori raccontano come Brasilia sorga su un territorio che, prima dell'invasione coloniale, era punto di incontro e scambio fra le varie nazioni indigene, successivamente diventato rifugio per schiavi che cercavano la libertà presso le popolazioni indigene.

Pavilion of BRAZIL Terra [Earth]
Photo by: Matteo de Mayda
Courtesy: La Biennale di Venezia. 18th International Architecture Exhibition – La Biennale di Venezia, The laboratory of the Future

Il Padiglione del Canada: un laboratorio per idee e soluzioni alla crisi abitativa

Altri due padiglioni che propongono due modalità di critica e ripensamento della modernità, molto diverse tra loro e rispetto alle precedenti, sono quello del Canada e del Giappone. Curato dal collettivo Architects Against Housing Alienation (AAHA) e intitolato NOT FOR SALE!, il primo presenta uno spazio laboratorio per esplorare idee e soluzioni alla crescente crisi abitativa: “Crediamo che le radici della crisi abitativa risiedano nell’espropriazione capitalista e colonialista delle persone dalla loro terra e dalle loro case. In Canada, questo è iniziato con l’appropriazione della terra delle Popolazioni Indigene e la trasformazione delle case in merci, oggetti di proprietà immobiliare speculazione piuttosto che luoghi definiti da profondi legami comunitari e culturali. (...) Ci battiamo per un sistema di alloggi più equo e, al contempo, ci facciamo portatori di un cambiamento positivo nei modi di legiferare, finanziare e progettare che diano potere alle comunità.

Il Giappone: l'architettura come atto di cura dell'ambiente e degli altri

Il padiglione del Giappone, curato da Maki Onishi e intitolato Architecture: a place to be loved, ci parla invece dell'architettura come atto di cura, dell'ambiente e degli altri. Oltrepassato un meraviglioso tendalino, al tempo stesso ombreggiante e capace di accogliere in sé il cielo e gli alberi, il padiglione contiene una mostra sulla storia della progettazione e costruzione del padiglione che, attraverso fotografie e pagine dei diari dell’architetto, rivela e mette in evidenza l'attenzione di Takamasa Yoshizaka per l’ambiente naturale di Venezia, ma anche per gli operai del e nel cantiere.

In conclusione, se una critica, in punta di piedi, voglio fare, è quella che temi così importanti e per niente scontati avrebbero potuto essere presentati, spiegati, accompagnati con maggiore chiarezza narrativa, evitando tanto presentazioni eccessivamente oggettuali (vedi la sala di Adjaye) quanto installazioni estremamente concettuali. Nell'insieme però il messaggio è inequivocabile: l'Africa come laboratorio ci invita a pensare che se una certa forma di colonialismo ed estrazione è finita, la profonda logica coloniale del moderno è ancora da disfare. Decarbonizzazione e decolonizzazione sono aspetti di un orizzonte comune: buon lavoro, dunque, a tutti noi!

 

 

- Advertisement -spot_img
rivista di geopolitica, geopolitica e notizie dal mondo